STORIA

Il Falanghina è probabilmente, assieme all’Aglianico, il vitigno più antico e più fortemente legato alla viticoltura campana. Come tante altre varietà approdate nei Campi Flegrei, anch’esso deve essere arrivato con i primi coloni greci, prima di diffondersi in tutta la regione. Qualcuno dei sinonimi utilizzati nel Casertano, come Uva Falerna o Falernina, possono far pensare a un suo utilizzo nella produzione dell’antico e mitico Falerno, anche se le testimonianze arrivate fino a noi non permettono di affermarlo con certezza.

Anche l’etimologia del nome Falanghina sembrerebbe derivare da un sostantivo latino, falangae, ossia i pali di sostegno allora utilizzati a sostegno della vite. Stranamente per un vitigno così antico, la parola Falanghina non ha subito nell’arco dei secoli grandi contaminazioni linguistiche.

DIFFUSIONE

Il Falanghina è  una varietà raccomandata in tutte le province della Campania, in Molise e nella provincia di Foggia. Dopo i fasti dell’antichità e del XIX secolo, il Falanghina è stato decimato dalla fillossera e solo lentamente ha ripreso lo spazio che gli spettava.

Nella zona del Messico, Francesco Avallone riscoprì verso il 1970 il vitigno alla base del Falerno e ne ampliò la coltivazione, mentre la famiglia Martusciello ripartì dai pochi ceppi centenari a piede franco riscoperti alle pendici del Lago d’Averno per diffonderlo nella zona dei Campi Flegrei. Oggi questo vitigno è il più coltivato a bacca bianca in provincia di Napoli e di Caserta.

VINO

Il vino ottenuto dal Falanghina ha buona gradazione alcolica e acidità media. Il colore va dal paglierino al dorato; gli aromi ricordano la mela anuria, con sfumature speziate-vanigliate che non nascono dall’affinamento in botticelle di legno ma dal vitigno stesso. Nel Casertano ha maggiori caratteristiche di sapidità e serbevolezza, mentre nei Campi Flegrei risulta più fresco e minerale. Alcuni vinificazioni in legni piccoli stanno dando risultati interessanti.

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